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Archive for November, 2006

Risate VOIP

Questo è il testo della mia conversazione con un operatore di http://www.digitelitalia.com/:

Operatore 4: Salve. Come posso esserLe utile?
Enrico: salve, vorrei maggiori informazioni su solo tua. Io già dispongo di un centralino voip, ho letto che è obbligatorio l’uso del vostro kit.. come posso fare?
Operatore 4:
si, e’ necessario il nostro apparato per le chiamate
Operatore 4:
puo’ collegare i Suoi telefoni con un collegamento a cascata
Enrico:
cosa fa il vostro kit ? visto che non cè nessunissima ragione tecnica perchè esista..
Operatore 4:
trasforma il segnale adsl in telefonia….
Enrico: quindi serve per collegare dei telefoni tradizionali ? io non ho telefoni tradizionali ho tutti telefoni IP
Operatore 4:
puo’ collegare telefoni tradizionali fissi o cordless, ma non ip
Enrico:
quindi fate un’offerta voip non compatibile con telefoni voip ?
Operatore 4:
esatto
Enrico: ok grazie..arrivederci
Operatore 4:
Grazie a Lei. Cordiali saluti.

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La crociata del ministro contro Internet Libera

La crociata che le forze politiche (e non solo italiane) stanno cercando di compiere con l’obiettivo di censurare Internet è semplicemente assurda. Oggi il capro espiatorio è il video del ragazzo down pubblicato su Google, ieri era la pedofilia, la lotta alla pirateria, al gioco d’azzardo.. Ciò che in realtà Internet ha tolto loro è la capacità di controllare la rete, i suoi contenuti vorrebbero poter controllare Internet così come controllano la RAI. Le cose vanno molto meglio in cina(*) dove per lo meno le ragioni della censura non sono mascherate da falsi moralismi. Mi auguro che il Ministro sia solo mal consigliato, o che semplicemente non sappia di cosa parla. (*) affermazione fatta ovviamente in senso ironico! Riporto qui la lettera aperta di Marescotti al ministro tratta da peacelink:
Gentile Ministro,
sono un insegnante di scuola media superiore. Quindici anni fa, con alcune persone che amavano la libertà e credevano nel valore della nonviolenza, ho fondato PeaceLink, una rete telematica per la pace. Chi le scrive pertanto è strutturalmente contrario ad ogni tipo violenza, tanto alla guerra di invasione quanto al bullismo nella vita quotidiana. Ripudio ogni sofferenza inflitta a un’altra persona. Mi sono quindi naturalmente indignato di fronte ai video diffusi su Internet che riprendono un ragazzo autistico subire ripugnanti soprusi in un istituto tecnico superiore di Torino. Tuttavia la terapia che è stata scelta – ossia inquisire i rappresentanti di Google Italia – mi sembra peggiore del male che si vuole curare. E non ho per nulla condiviso la sua opinione secondo cui i siti Internet debbano essere equiparati a testate giornalistiche. Lei ha affermato: “Ritengo che la decisione della procura sia un motivo in più perchè il Parlamento riveda l’assetto normativo in materia. Come ho più volte sostenuto non possono esserci due pesi e due misure, uno per carta stampata e tv e uno per la rete internet. Il rispetto della dignità umana è uno solo”. E ha aggiunto che “il principio di responsabilità non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato”. Tutto ciò non porta da nessuna parte, come le “gride” contro i “bravi” di manzoniana memoria. Se lei consultasse qualche esperto scoprirebbe che Internet è così articolata da farsi beffa di queste dichiarazioni. Internet continuerà a funzionare come sempre ha funzionato e potremo sempre trovare un sito nel più sperduto posto del mondo che ospiterà un video ripugnante, raggiungibile in quasiasi momento sia per memorizzare sia per scaricare un contenuto immorale, riprovevole e disumano. E anche quando saremo stati capaci di compiere l’impossibile missione di controllare tutti i server del mondo in tutti gli stati del mondo – non ci riesce Bush non vedo come ci riuscirebbe la nostra magistratura – non saremo mai e poi mai capaci di controllare le reti peer-to-peer con cui milioni di utenti mettono i comune i contenuti dei loro hard disk rendendo condivisibili, nel bene e nel male tutti i file, da quelli musicali ai video. Vuole controllare tutto questo estendendo la legge sulla stampa ai siti Internet? Tempo sprecato. Non servirà a bloccare gli odiosi e ributtanti filmati che sono stati diffusi su Interet. Tutto continuerà come prima. Il solo effetto che avrà la sua iniziativa – se andasse in porto – sarebbe solo quella di mettere in seria difficoltà i siti liberi italiani, come PeaceLink. Fra qualche ora, nella notte, non potremo controllare l’utente che scriverà sul nostro sito. Potremo a posteriori rimuovere un suo messaggio ma non potremo a priori bloccarne la diffusione. Potremo cooperare per riportare dignità nella rete ma non possiamo bloccare i polpastrelli e i neuroni di chi si collega a noi. Gentile Ministro, la sua scelta di equiparare Internet alle testate giornalistiche non è efficace per lo scopo che lei si propone, se lo faccia dire da chi ha cognizione della materia. La sua dichiarazione è solo frutto di scarsa esperienza. E un Ministro non può farsi guidare da un impeto di passione sorretto da una sostanziale non competenza in una materia che non padroneggia. Tutto questo – anche se animato dai migliori propositi – finisce infatti per produrre l’opposto di ciò che si vuole ottenere. Le mie idealità, finalizzate a costruire una telematica per la pace e la nonviolenza, coincidono completamente con gli obiettivi che lei vorrebbe raggiungere, ma i mezzi da scegliere – per me – divergono completamente da quelli che lei propone. Occorre responsabilizzare profondamente le famiglie e gli insegnanti, non può essere Google a controllare al posto di un genitore che ha rinunciato a svolgere il suo compito educativo. Non può essere il gestore di un sito a intercettare alle due di notte (e come mai farà?) l’upload di un giovane diseducato ai valori civili e umani, che evidentemente vive in una scuola superficiale, indifferente e formalistica che non si accorge della mostruosità e della violenza che cova dentro di sé. Il problema è questo: quel giovane potrà anche non fare l’upload ma in ogni caso avrà violentato, o maltrattato un altro essere umano, e vietare un upload non significherà aver ridotto la violenza o aver restituito dignità a chi è stato sfregiato nell’animo e nel fisico. Potremo rompere gli specchi che riflettono la realtà ma – ciò facendo – non avremo sradicato la violenza, ne avremo eliminato solo il riflesso. Pertanto – gentile Ministro – da nonviolento, da insegnante e da persona che ha vissuto come pioniere la nascita della telematica sociale in Italia, la invito a riflettere, ad aprire un dibattito e a condividere con noi docenti un percorso educativo che porti a fare di Internet un mezzo di libertà, di liberazione e di dialogo. La violenza la potremo eliminare non mandando Google in tribunale e intentando delle cause perse, ma costruendo una società in cui la guerra, la mafia e la violenza vengano contrastate con convinzione. Gentile Ministro, piuttosto che lanciare crociate impossibili per “pulire Internet”, cerchiamo almeno di pulire i partiti e di fare una legge che tolga dal Parlamento di tutti quei personaggi che – come hanno documentato Beppe Grillo e Marco Travaglio – non sono in regola con la Giustizia: “Parlamento Pulito” è possibile, signor Ministro. Forse questo darebbe ai giovani il segnale che gli adulti fanno sul serio. E che l’impunità non sempre è garantita. Non si può gridare contro l’impunità in Rete e poi consentire l’impunità nel Palazzo. Un cordiale saluto Alessandro Marescotti Docente di scuola media superiore Taranto

FSA esprime solidarietà alle altre realtà colpite all’interno di Spartaco

La scorsa notte, sconosciuti, sono entrati all’interno dei locali del C.S. Spartaco di Ravenna ed hanno con due bombole di gas incendiato e distrutto la struttura. Free Software Alliance esprime piena solidarietà agli altri gruppi che si sono organizzati all’interno di Spartaco. FSA nel corso del 2006 è stata ospitata in diverse occasioni all’interno del centro sociale, in particolare durante il Linux Day ed in occasione della realizzazione del primo corso di Informatica Libera organizzato a Ravenna. Recentemente FSA aveva preso accordi con Spartaco per stringere ulteriormente i rapporti e pianificando la realizzazione una saletta di informatica con 15 postazioni utile per nuovi corsi ed a disposizione gratuitamente alla comunità ravennate per la navigazione su internet e per un’approccio al mondo del Software Libero. Quello che si è verificato questa notte è un’atto che colpisce duramente anche noi! Ci auguriamo che le indagini portino a dei risultati in modo che atti come quello della scorsa notte non debbano mai più verificarsi.
Enrico Rubboli Vice Presidente Free Software Alliance.

PHP: multithread e shared memory

Come realizzare un’applicazione multithread con memoria condivisa in PHP:
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Sicari dell’economia

Confessioni di un sicario dell'economiaSono WTO, IMF e WB il motore della Globalizzazione. John Perkins in Confessioni di un sicario Dell’economia racconta i retroscena della globalizzazione, dove il capitale gira in un vortiche che alimenta l’economia dei nostri paesi affossando ed indebitando all’infinito i paesi che già sono in difficoltà, con lo sfacciato pretesto di aiutarli. John Perkins, che un tempo lavorava per la Main Inc. e stava al centro di quel vortice, si domanda:

C’è davvero qualcuno innocente negli Stati Uniti? Sebbene a guadagnarci più di tutti siano quelli al vertice della piramide economica, milioni di noi dipendono – direttamente o indirettamente – per la propria sussistenza dallo sfruttamento dei paesi meno sviluppati. Le risorse naturali e la manodopera a basso costo che alimentano quasi tutte le nostre attività imprenditoriali provengono da paesi come l’Indonesia, e ben poca o nessuna ricchezza torna indietro. I prestiti degli aiuti esteri condannano i bambini di oggi come pure i loro nipoti a restare in ostaggio. Saranno costretti a permettere alle nostre corporations di saccheggiare le loro risorse naturali e dovranno rinunciare all’istruzione, alla sanità e agli altri servizi sociali semplicemente per restituirci ciò che gli abbiamo prestato. La formula non tiene conto del fatto che le nostre aziende hanno già ricevuto parte di quel denaro per costruire le centrali elettriche, gli aeroporti e i poli industriali. Che gran parte egli americani ignori queste cose li rende forse innocenti? Disinformati e deliberatamente male informati, d’accordo… ma innocenti?

Vi consiglio fortemente la lettura del libro. Nel commento riportato Perkins parla degli Statunitensi, suoi compatrioti, ma la sua riflessione dovrebbe includere anche noi. Un’altro approfondimento interessante è la lettura del libro La globalizzazione e i suoi oppositori di Hoseph E Stiglitz ex vicepresidente della Banca Mondiale e Premio Nobel per l’economia 2001.

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I Vecchi Terroristi

“Il disastro di ieri alla ferrovia” – l’aberrazione di un macchinista”, titola il bolognese Resto del Carlino del 21luglio 1893.

Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l’Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. [...] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva… [...]

All’epoca già confluivano alla stazione di Bologna quattro importanti linee ferroviarie e i binari di stazione erano soltanto cinque. In quell’ora i binari erano ingombri per treni in arrivo e in partenza Non c’erano sottopassaggi. La inevitabile concisione dei dispacci telegrafici impedì di comprendere chiaramente la situazione. Per evitare guai maggiori la locomotiva venne instradata sul binario cosiddetto “2 numeri”, un binario tronco sulla destra, più o meno dove oggi c’è il fabbricato delle Poste. Allora c’erano le tettoie della gestione merci.

Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c’era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone…. Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva correre incontro a morte sicura, gli gridò: “buttati a terra!”; ma il giovanotto – che giovane era lo sciagurato – dalla banchina a lato della piazza tubolare della caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov’era il pericolo.

La locomotiva (della quale il giornale ci dà anche il numero di matricola: era la 3541) andò quindi a sbattere contro la vettura di prima classe ed i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco alla velocità di 50 chilometri orari.

Al momento dell’urto egli era sulla fronte della macchina e i presenti che lo videro esterrefatti passare dinanzi a loro affermano che proprio al momento dell’urto egli si sporse in fuori, volgendo la testa verso la vettura, contro alla quale andava a dar di cozzo. L’urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l’uomo. Egli rimase preso fra la macchina e il vagone di la classe schiacciato orribilmente. Accorsero funzionari delle ferrovie, di P.S., guardie, personale viaggiante e manovali e il disgraziato fu tosto riconosciuto. È certo Pietro Rigosi di Bologna, di anni 28, fuochista da parecchi anni e buon impiegato… a Poggio Renatico, mentre il macchinista Rimondini Carlo era sceso un momento, il Rigosi aveva sganciato la locomotiva del treno merci e poi l’aveva lanciata a tutta velocità legando la valvola del fischio, per modo che destò l’allarme per tutta la corsa. Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno (che funzionava bene anche dopo la catastrofe) ma egli non volle. Probabilmente un’improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a molte altre persone.

Il fatto ebbe una grande risonanza su tutta la stampa nazionale. Vi fu chi immaginò che il macchinista avesse letto La bête humaine di Emile Zola, restandone suggestionato al punto da imitarne le vicende. Altri mossero critiche alle ferrovie per non aver provveduto ad insabbiare un binario allo scopo di far fermare la locomotiva senza danni. Un lettore del Resto del Carlino mandò un telegramma al giornale sostenendo che, inviando incontro alla locomotiva in fuga, una macchina di maggiore potenza, questa avrebbe potuto, una volta avvistatala, invertire la marcia e frenarne la corsa gradualmente. Tutti i commenti concordavano sulla imprevedibilità del gesto. Pietro Rigosi veniva indicato dal giornale come “fuochista da parecchi anni e buon impiegato”. Sposato, padre di due bambine, di tre anni e di dieci mesi. Nessuna indagine sulle sue condizioni economiche e familiari consentì di capire quali motivi lo avessero spinto. Qualche debito di importo non rilevante, ma al tempo era abbastanza frequente, nessuna oscura vicenda personale, nessun dissapore familiare. Sorprendentemente il nostro uomo non rimase ucciso in quello scontro terribile nel quale aveva cercato deliberatamente la morte mettendosi fra la locomotiva e la vettura ferma. Evidentemente l’urto fortissimo lo fece schizzare via prima che i due veicoli si incastrassero l’uno nell’altro. Gli venne amputata una gamba, il viso rimase deformato dalle cicatrici, dovette sopportare una lunga degenza all’ospedale, ma dopo circa due mesi fece ritorno a casa. Inutilmente i giornalisti e i curiosi che gli facevano visita tentarono di chiedergli i motivi che lo avevano spinto ad un gesto tanto clamoroso. A nessuno venne risposto. Il Rigosi si mantiene abbastanza tranquillo, parla con chi va a fargli visita, ma si astiene sempre ad accennare alle cause e al movente del suo atto, cambiando discorso o non rispondendo ogni volta che gli si richiede per quale ragione lanciò la sua macchina a tutto vapore da Poggio a Bologna e perché cercasse di morire. Un’unica frase, che il cronista del Carlino riprende da un articolo della Gazzetta Piemontese, sembra gli sia sfuggita subito dopo il ricovero: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!” Un vero personaggio, Pietro Rigosi, fuochista delle Strade Ferrate Meridionali – Rete Adriatica, matricola 42918. E comprensibile che questo suo atteggiamento, dignitoso e ribelle insieme, abbia ispirato Francesco Guccini. Abbiamo perciò fatto qualche ricerca d’archivio per saperne di più. Non era un ferroviere modello. Non tanto perché veniva spesso punito. Per i ferrovieri dell’esercizio allora ad ogni minimo errore corrispondeva una sanzione economica. Nel caso di Rigosi Pietro si tratta però di mancanze di omissione, negligenza, o diverbi con colleghi e superiori. Tutti chiari segni di affaticamento e insofferenza all’ambiente. Multa di £ 5 per aver risposto “con modo sconveniente al Capo Deposito di Piacenza mentre questi taceva delle giuste osservazioni al suo Macchinista”. Sospensione per tre giorni dal soldo e dal servizio per essere “venuto a diverbio col Macch. Baroncini Federico per futili motivi tra Mestre e Marano. Diede poi luogo ad un deplorevole alterco sotto la tettoia della stazione di Padova”. Tre mesi prima del fatto era stato punito con “sospensione dal soldo e dal servizio per giorni tre per aver preso in mala parte una frase detta per ischerzo da un macchinista del Deposito di Milano e non a lui rivolta, provocando così un diverbio, seguito da vie di fatto in stazione di Piacenza”. Ma numerose sono le multe per mancata presentazione al treno. “Mancò alla partenza dal treno 1008 del 7 agosto sebbene avvisato il giorno prima e avanti alla partenza dallo svegliatore”. Erano mancanze che costavano care: dalle 3 alle 5 lire quando la paga giornaliera era di 2 lire e 50. Alcune multe riguardavano mancanze oggi incomprensibili: venne trovato coricato nelle brande del dormitorio senza le prescritte lenzuola. I dormitori dotati di docce erano rarissimi e i macchinisti erano costretti a ripulirsi molto sommariamente prima di coricarsi. L’uso delle lenzuola da parte dei ferrovieri si rendeva quindi obbligatorio per evitare che venissero insudiciate le brande. C’è una vasta letteratura sulle pesanti condizioni di lavoro dei ferrovieri, in particolare dei macchinisti, alla fine del secolo scorso. Turni ininterrotti fino a trenta e anche quaranta ore consecutive, esposizione alle intemperie su macchine non di rado senza alcun riparo o con ripari che risultavano del tutto insufficienti, disciplina di tipo prussiano, tutto questo aggiunto ad un mestiere già duro: ricordiamo che una corsa da Venezia a Bologna significava per il fuochista spalare quaranta quintali di carbone. Non stupisce quindi che la mortalità nella categoria fosse tanto alta che non più del 10% dei macchinisti arrivava alla pensione. Forse fu tutto questo a spingere il nostro alla corsa forsennata verso Bologna. Anche se non volle mai dirlo pubblicamente ci doveva essere un rancore profondo in Pietro Rigosi verso la Società delle Strade Ferrate. Qualche tempo dopo essere stato dimesso dall’ospedale, venne “esonerato dal servizio per motivi di salute”. Il Consorzio di Mutuo Soccorso gli liquidò un sussidio di lire 308,13 e la Direzione delle Ferrovie ne dispose un secondo “a solo titolo di commiserazione, di £ 150, pari a due mesi della paga che percepiva”. Al momento di ritirare il sussidio Pietro Rigosi si avvide che sul ruolo di pagamento, che avrebbe dovuto firmare per ricevuta, stava la scritta come motivazione “buona uscita”. Tanto bastò per fargli rifiutare quella cifra di cui doveva avere certamente un gran bisogno. Evidentemente nessuno doveva pensare che la sua uscita dalle ferrovie fosse avvenuta in bontà di rapporti. Accettò la somma solamente dopo che la motivazione di buona uscita venne sostituita con ‘per elargizione’. Anche l’atteggiamento della severissima Società delle Strade Ferrate Meridionali fu, nell’occasione, stranamente indulgente. Il fatto aveva provocato danni notevoli, tanto da venire citato nella relazione annuale agli azionisti fra le cause che avevano limitato l’ammontare degli utili corrisposti. Nessuna punizione per il ferroviere responsabile. Esonero per motivi di salute, invece del licenziamento, e corresponsione di un sussidio non certo elevato, ma certamente non dovuto. L’ipotesi della follia esonerava dalla necessità di approfondire le cause e, con i pazzi e i fanciulli, è sempre opportuna la clemenza. Per gli appassionati di cose ferroviarie, due parole sulla locomotiva protagonista della vicenda. La 3541 faceva parte di una serie di 130 unità comprese nel gruppo 350 RA, che dal 1905 divenne Gr 270 PS. Poiché tutte le macchine, dapprima numerate 3501-3630 RA, divennero poi 2701-2830 FS ed infine 270.001-270.130 (sempre FS ma numerazione definitiva), si può dedurre che la nostra 3541 RA sia stata riparata e poi messa in servizio e, dopo il 1905 è probabile che abbia assunto la numerazione provvisoria di 2741, e definitiva 270.041 FS. Tre assi accoppiati, lunghezza di 15 metri per 43 tonnellate di peso, potenza 440 CV, velocità massima 60 km/ora, del tipo cosiddetto bourbonnais, un modello che trovò in Italia grande impiego per le sue doti di adattabilità ai percorsi tortuosi e con modesti carichi assiali. Si trattava di una modesta macchina, destinata prevalentemente al traino dei treni merci e omnibus nelle linee pianeggianti, che conobbe il suo momento di gloria durante la Prima Guerra Mondiale e fu mantenuta in attività fino alla seconda metà degli anni ’20.
(tratto da: http://www.redgolpe.com/curiosita.html#locomotiva)

il testo:

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi sono tutti giovani e belli.
Conosco invece l’epoca dei fatti, qual era il suo mestiere:
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere.
I tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti:
sembrava il treno anch’esso un mito di progresso, lanciato sopra i continenti.
E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano,
che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,
sembrava avesse dentro un potere tremendo, la stessa forza della dinamite.
Ma un’altra grande forza spiegava allora le sue ali:
parole che dicevano “gli uomini sono tutti uguali”,
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via
la bomba proletaria, e illuminava l’aria la fiaccola dell’anarchia.
Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione:
un treno di lusso, lontana destinazione.
Vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori,
pensava al magro giorno della sua gente attorno, pensava un treno pieno di signori.
Non so che cosa accadde, perché prese la decisione.
Forse una rabbia antica, generazioni senza nome
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore,
dimenticò pietà, scordò la sua bontà, la bomba sua la macchina a vapore.
E sul binario stava la locomotiva:
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno
mordesse la rotaia con muscoli d’acciaio, con forza cieca di baleno.
E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo,
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto:
salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura,
e prima di pensare a quel che stava a fare, il mostro divorava la pianura.
Correva l’altro treno ignaro, quasi senza fretta:
nessuno immaginava di andare verso la vendetta.
Ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno:
“Notizia di emergenza, agite con urgenza, un pazzo si è lanciato contro il treno!”
Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva,
e sibila il vapore, sembra quasi cosa viva,
e sembra dire ai contadini curvi, il fischio che si spande in aria:
“Fratello non temere, ché corro al mio dovere! Trionfi la giustizia proletaria!”
E intanto corre corre corre sempre più forte,
e corre, corre, corre, corre verso la morte,
e niente ormai può trattenere l’immensa forza distruttrice,
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto della grande consolatrice.
La storia ci racconta come finì la corsa:
la macchina deviata lungo una linea morta.
Con l’ultimo suo grido d’animale la macchina eruttò lapilli e lava,
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo, lo raccolsero che ancora respirava.
Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore,
mentre fa correr via la macchina a vapore,
e che ci giunga un giorno ancora la notizia
di una locomotiva come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia!

Il duomo di Banca Intesa

Si direbbe che Banca Intesa abbia acquistato il Duomo di Milano, un po come Totò vendeva la fontana di Trevi. Per fortuna non sono credente, altrimenti questa foto mi avrebbe mandato su tutte le furie. Da non credente invece sono solo allibito… ma è la dimostrazione del fatto che siamo tutti disposti a venderci .. è solo una questione di prezzo.

Duomo Milano - Banca Intesa

Travelin’ Soldier


Two days past eighteen
He was waitin’ for the bus in his army greens
Sat down in a booth a café there
Gave his order to the girl with a bow in her hair
He’s a little shy so she gives him a smile
And he said would you mind sittin’ down for a while
And talkin’ to me I’m feelin’ a little low
She said I’m off in an hour and I know where we can go

So they went down and they sat on the pier
He said I bet you got a boyfriend but I don’t care
I’ve got no one to send a letter to
Would you mind if I sent one back here to you?

I cried
Never gonna hold the hand of another guy
Too young for him they told her
Waitin’ for the love of a travelin’ soldier
Our love will never end
Waitin’ for the soldier to come back again
Never more to be alone
When the letter says a soldier’s comin’ home

So the letters came
From an army camp
In California then Vietnam
And he told her of his heart
It might be love
And all of the things he was so scared of
He said when it’s gettin kinda rough over here
I think of that day sittin’ down at the pier
And I close my eyes and see your pretty smile
Don’t worry but I won’t be able to write for a while

I cried
Never gonna hold the hand of another guy
Too young for him they told her
Waitin’ for the love of a travelin’ soldier
Our love will never end
Waitin’ for the soldier to come back again
Never more to be alone
When the letter says a soldier’s comin’ home

(Martie’s fiddle break – Emily’s dobro break)

One Friday night at a football game
The Lord’s Prayer said and the anthem sang
A man said folks would you bow your heads
For a list of local Vietnam dead

Cryin’ all alone under the stands
Was a piccolo player in the marching band
And one name read and nobody really cared
But a pretty little girl with a bow in her hair

I cried
Never gonna hold the hand of another guy
Too young for him they told her
Waitin’ for the love of a travelin’ soldier
Our love will never end
Waitin’ for the soldier to come back again
Never more to be alone
When the letter says a soldier’s comin’

I cried
Never gonna hold the hand of another guy
Too young for him they told her
Waitin’ for the love of a travelin’ soldier
Our love will never end
Waitin’ for the soldier to come back again
Never more to be alone
When the letter says a soldier’s comin’ home

Dixie Chicks

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